E’ stato ribattezzato “Rio meno venti” il documento finale approvato dalle oltre 190 delegazioni presenti a Rio de Janeiro negli ultimi due giorni per la Conferenza Onu sullo Sviluppo Sostenibile.

 In effetti la dichiarazione di intenti che dovrebbe decidere delle sorti del pianeta sembra ancora più vaga di quella uscito vent’anni fa nel primo famosissimo Earth Summit.

Il più diventa meno, la speranza un deciso passo indietro. Le indicazioni politiche diventano “buoni propositi”.

I ‘target’ assomigliano a reciproche pacche sulla spalla, perchè non dotati di strumenti operativi, nè di finanziamenti. Il carattere bilaterale e volontario delle risposte alle richieste di aiuti dei paesi in via di sviluppo ne sono la dimostrazione più palese: manca non solo volontà politica, ma anche un vero e proprio centro direzionale delle decisioni.

Certo, il termine “green economy” appare per la prima volta in un testo ufficiale. Ma viene descritta genericamente come «uno degli strumenti disponibili per raggiungere lo sviluppo sostenibile e per l’adozione di politiche, ma che non deve essere sottoposta a regole rigide».

La richiesta dei G77 sui Fondi da destinare ad azioni sulla sostenibilità viene accolta con la creazione di una commissione, che valuterà il da farsi.

Diritto di aborto delle donne, copertura sanitaria a livello globale, persino la difesa della lotta contro la povertà (cui si opponevano gli USA) vengono ‘dimenticate’ dal relatore finale, costretto a cancellare tutte le parti in cui vigeva disaccordo.

Ne è vittima anche la tutela degli oceani, su cui sembrava all’inizio si potesse convergere e che invece non è riuscita ad entrare nel testo finale per l’opposizione di Venenzuela, Canada, Giappone e Russia.

Per non parlare della modifica del programma Onu sull’Ambiente, che avrebbe potuto essere trasformato in una vera e propria Agenzia ONU. Ma che non lo sarà, per l’opposizione di Stati Uniti e Brazile.

La spaccatura fra Nord e Sud del pianeta si fatta sentire, così come quella fra i governanti e le imprese da un lato e la cosiddetta “società civile” dall’altro.

Società che l’altro ieri ha protestato vivamente, invadendo il centro di Rio e che oggi prende le distanze dal testo approvato. Sorprendono anche determinate doti di ipocrisia dimostrate da alcuni stati fra cui l’Italia.

Il ministro Clini, ad esempio, ha annunciato in pompa magna il raggiungimento di un accordo bilaterale con il Brasile per la promozione delle energie rinnovabili.

Peccato che poi, “a casa”, le affossa e si rende complice, con il DL Sviluppo del governo, della trivella selvaggia e del petrolio principe dell’energia.

«Siamo stanchi delle ipocrisie dei governi – ha raccontato il presidente nazionale dei Verdi Angelo Bonelli che ha seguito, in questi due giorni, la conferenza a Rio – governi come quello italiano, che parlano di lotta ai cambiamenti climatici nei convegni e nei summit ma che poi nelle proprie decisioni compiono scelte nemiche dell’ambiente e adottano politiche economiche da preistoria industriale.

In rapida successione – continua Bonelli – l’Italia non solo ha dato il colpo mortale alle fonti rinnovabili, affossando un settore con oltre 160 mila addetti ma ha dato il via libera al far-west delle trivellazioni che produrrà un’invasione».

Il leader ecologista si è detto anche molto deluso del risultato raggiunto dalla conferenza Onu.

«A Rio+20 – ha commentato – è stato fatto un drammatico passo indietro mentre i processi legati ai cambiamenti climatici in atto metteranno a rischio la sovranità alimentare dei paesi più opulenti e cosiddetti industrializzati che oggi, come ieri, stanno bloccando ogni possibilità di salvezza del Pianeta e dei suoi popoli.

Il vertice è un fallimento – continua Bonelli – per le responsabilità di chi pensa che le misure per la lotta ai cambiamenti climatici e per la conversione in senso ecologico della nostra economia, della società e degli stili di vita, non siano prioritari rispetto alla grande crisi finanziaria globale.

In realtà è vero il contrario perchè dalla crisi economica che è strutturale si esce solo scegliendo la strada della conversione ecologica dell’economia, attraverso politiche di contrasto ed adattamento ai cambiamenti climatici che presto cambieranno i connotati del Pianeta».

L’aumento delle poverta’ sociali, la perdita di biodiversità, lo scioglimento dei ghiacciai, i 150 milioni di profughi climatici, la desertificazione porteranno al collasso del nostro Pianeta con conseguenze anche per quei paesi che oggi continuano ad avere un approcci miope rispetto alle priorità planetaria del clima che cambia.

«Nei prossimi decenni – conclude, con amarezza, il presidente dei Verdi – saremo chiamati ad affrontare una crisi alimentare perchè non si riuscirà a garantire il cibo nemmeno a quei paesi industrializzati che oggi (come in tutti gli altri summit delle Nazioni Unite), con una disarmante miopia, continuano ad opporsi a scelte vincolanti per abbassare la febbre del Pianeta e per avviare interventi coordinati di adattamento».

da www.verdi.it

Categorie: PROVINCIA

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