Auguriamoci che il nostro iper-sismico territorio decida di non sussultare più, perché ogni volta che lo fa ci coglie impreparati ed il risultato è morte, edifici sbriciolati come pane, migliaia di sfollati che non possiedono più nulla e più tasse per i cittadini.
Sì, più tasse e poco importa che non sia un prelievo diretto sullo stipendio (per chi ce l’ha) perché l’effetto è identico e dannoso: chiunque abbia una macchina sa che anche un minuscolo aumento della benzina si sente a fine mese, soprattutto per chi già ci arriva con grossi sacrifici e contando gli spiccioli in tasca.
Eppure il governo ha deciso di finanziare gli interventi necessari alle zone terremotate anche alzando di due centesimi al litro le famose accise sui carburanti, un calderone indistinto con cui si sovvenziona di tutto e di più, dalla guerra di Abissinia del 1935 (!) al disastro del Vajont del 1963 al rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004.
In pratica è una lunga tradizione iniziata addirittura da Mussolini quella di finanziare con la benzina quello che lo Stato non era capace di coprire con le sue risorse.
L’accisa poi è un tipo di imposta sui consumi particolarmente infida: si distingue dall’Iva per il fatto di essere proporzionale non al valore, ma alla quantità (un tot fisso su un litro di benzina), pesa per più di un terzo ed è composta, appunto, da imposte di scopo introdotte dai vari governi per raggiungere determinati obiettivi.
Ma nonostante molti di questi problemi siano ormai risolti o del tutto superati, le accise a loro collegate rimangono. Quindi introdurre una nuova voce delle accise significa che gli italiani avranno una nuova uscita che non verrà mai più ritirata, senza contare poi le accise regionali che variano di regione in regione.
E per non farci mancare nulla sul prezzo comprensivo di accise ci mettiamo anche l’IVA, che, già aumentata al 21%, sta per schizzare al 23%. Così gli italiani pagano due volte. Ma non c’è proprio altro modo di finanziare la ricostruzione per il terremoto in Emilia (come molte altre cose)?
«Ribadiamo quanto diciamo da tempo – commenta il presidente nazionale dei Verdi Angelo Bonelli, che continua – con la crisi e la devastazione del terremoto è folle che il governo abbia confermato l’acquisto dei 90 caccia F-35 che costerà agli italiani 15 miliardi di euro».
Secondo il leader ecologista «la ricostruzione nei territori devastati dal terremoto in Emilia Romagna deve essere una priorità ma invece di continuare ad aumentare le tasse sulla benzina il governo faccia subito un prelievo sui grandi patrimoni che già sono stati ‘salvati’ dalle precedenti manovre».
Per rendere le dimensioni della questione ri-attualizziamo un’inchiesta pubblicata da Repubblica nel gennaio 2012 sui dati della Banca d’Italia. «Una delle duecentomila famiglie di straricchi in Italia ha, in media, un patrimonio che vale 65 volte quello di cui dispone una qualsiasi della maggioranza delle famiglie italiane» ci rivela lo studio, una forbice fra ricchi e poveri che si è sempre più allargata a partire dagli anni ’90 quando c’è stato, a detta della Banca d’Italia, un trasferimento di ricchezza dai lavoratori dipendenti agli autonomi e un ristagno dei redditi che ha provocato un progressivo indebolimento dei ceti medi e un progressivo aumento dell’insofferenza sociale verso una tale situazione di inequità.
Le cifre parlano chiaro: facendo una semplice media le circa 24 milioni di famiglie italiane ripartono una quantità di ricchezza pari a quattro volte il debito pubblico. Ma la verità è che metà di queste famiglie si spartiscono il 10% di quella ricchezza, un ceto popolare che sempre più, dagli anni ’90 in poi, ha assorbito il ceto medio (insegnanti, impiegati, precari, etc.). L’altra metà degli italiani si divide il 90% della torta, circa 8 mila miliardi di euro, anche qui in misura variabile.
Di questa metà il 40% sono famiglie molto benestanti che si spartiscono il 45% ricchezza nazionale mentre solo un 5% di super-ricchi (ovvero il 10% della popolazione totale) controlla l’altra metà della ricchezza nazionale (il 45%). 2 milioni 400 mila famiglie possiede quanto 10 milioni di famiglie benestanti e oltre quattro volte quello di cui dispone la metà meno fortunata del paese. Ma non finisce qui: un 1% di questo 10% è ancora più ricco.
Si tratta di 240 mila famiglie cui fa capo il 13% dell’intera ricchezza italiana, ovvero oltre 1.120 miliardi di euro, quanto meno quelli rintracciabili al fisco.
Insomma: ancora un volta, dov’è la famosa equità predicata solo a parole dal governo, se invece di fare contribuire questi pochi super-ricchi tocca sempre e solo le briciole che restano agli altri? «Aumentare le imposte indirette – sottolinea Bonelli – significa solo diminuire ulteriormente il potere d’acquisto delle famiglie che già non arrivano alla fine del mese».
La mappa di pericolosità sismica ci rivela dati allarmanti, continua Bonelli. «Dai dati del Consiglio Nazionale dei Geologi – rivela – 3 milioni di italiani vivono in zone ad alto rischio sismico mentre 21 milioni di italiani vivono in zone a rischio medio.
Gli edifici che si trovano in zone a rischio sismico sono poco più di 6 milioni mentre le abitazioni sono più di 12 milioni. E’ urgente – conclude in leader del ‘Sole che ride’ – che si avvii subito un piano per la messa in sicurezza dal rischio sismico».
Possibilmente senza colpire sempre gli stessi, non a caso i meno benestanti.
da www.verdi.it
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