Le amministrazioni pubbliche, e con questo intendo tutte, mediante il blocco della assunzioni, e l’affidamento dei servizi, a cooperative interinali o similari, sono un incentivo, se non la causa maggiore dello sviluppo del lavoro precario.
In fondo, stando ai commenti “fuori campo” dei sindaci, finalmente, mediante le formule di un governo di centro destra, si è riusciti a sdoganare questa sorta di “affarone” che è il lavoro interinale.
Non è difficile capire l’intima soddisfazione di questi, spesso mal celata, nello sgravarsi di “beghe” proprie, per ridurre al massimo le responsabilità e forse le spese.
Certamente è innegabile che non ci sono più risorse, è certo anche che le amministrazioni locali sono costrette ad equilibrismi straordinari per non sforare, o non sforare troppo.
Ma è altrettanto certo, che ad ogni amministrazione, corrisponde un segno politico, ed ogni sindaco è certamente satellite di questa o quella parte politica.
I cittadini, ormai, riconoscono in questi, tutta la filosofia riflessa, che questi esplicano, sapendo bene che la politica nazionale, viene rappresentata, naturalmente in proporzioni diverse, nel locale, oppure, se si vuole, viceversa, come a dire, ed è vero, che il consiglio comunale locale è un piccolo Montecitorio romano.
Però, il sindaco di provincia, purtroppo per lui, spesso è molto meno raffinato e diplomatico di un deputato, che viene pagato fior di quattrini, molto spesso solo per quello, ed allora escono verità, che farebbero rabbrividire un qualunque professionista della parola.
Per cui dagli amministratori, a domanda, spesso ci si sente rispondere:
“affidando il servizio, se i dipendenti si ammalano o si fanno male, o rimangono incinta, noi ne siamo fuori”
Alla faccia dell’appartenenza, dello sviluppo sociale e della parità dei diritti.
Queste affermazioni, meriterebbero alcune riflessioni, prima di tutto quale è la verità?
Quella del politico raffinato, che comprende la necessità di dare comunque un servizio, a costo, naturalmente, di enormi sacrifici ( il termine ricattare è il più appropriato) da parte di questi lavoratori, oppure quella degli amministratori provinciali, incapaci di tenersi una verità, per una atavica abitudine popolare?
Ma si è mai controllato, se davvero ai comuni conviene questo sistema, ed in particolare a quelli governati dal centro sinistra, che proprio per queste scelte sono condannati, nel tempo, all’estinzione, condividendo la stessa sorte del pianeta partito democratico.
Questi hanno mai fatto lo “sforzo” di verificare la possibilità di tenersi i servizi, a costo di ragionare sulla reale convenienza di queste scelte?
Oppure manca la fantasia il coraggio e la capacità, di fronte ad un cambiamento totale, di mettere in campo risposte che brillano di luce propria e non riflessa, che cerchino di tutelare una filosofia centenaria, fatta di doveri e diritti umani.
Il “pubblico” è davvero costretto ad una eterna rimessa nei confronti del privato?
Personalmente ho fatto due conti nel confronto fra un dipendente comunale e lo stesso, per mansioni, di quello “venduto” da parte di una coop interinale, ….conviene il primo, però devo ammettere che le affermazioni virgolettate di cui sopra, lo pongono, nei fatti, nella realtà, perdente.
Certo, il primo è una persona mortale, presente e reale, il secondo è una presenza virtuale, un servizio a noleggio spersonalizzato, che certo esula dal contesto umano, per cui non si ammala, non si farà mai male e naturalmente non si potrà mai riprodurre.
Chi crea il precariato?
– 3 marzo 2011

