Amore, rispetto ed equivoci.

L’evoluzione della cultura animalista ha fatto passi enormi e nella maggior parte delle persone è ben radicato il rispetto per gli animali, ciò non toglie che siamo solo all’inizio di un lungo percorso: Lo sviluppo di un forte movimento animalista è stato il segnale di questo cambiamento culturale peraltro ancora in atto, occorre però, dopo una fase iniziale, cercare di orientare il volontariato che gravita attorno a questo movimento verso obiettivi non di basso profilo tendenti ad umanizzare gli animali perché oltre che sbagliato, toglie all’animale la vera motivazione per cui esiste e questa deformazione della realtà del tutto personale frena gli sforzi di tutto il movimento animalista stesso.

Questo, per una visione limitata del mondo animale, da parte di quasi tutto il mondo del volontariato, a beneficio, quasi esclusivamente di un paio di specie ( cani e gatti) a scapito di una informazione tesa a riconoscere, invece, in tutti gli animali capacità autonome, senzienti ed emotive immutate da millenni.

Un esempio per rappresentare meglio il mio punto di vista sta nell’atteggiamento assai diffuso e consolidato, riferito ai gatti, per i quali non sembra possano esistere, per molte persone, alternative al domicilio coatto, vivere presso una famiglia, oppure ristretti in colonie feline, tutelate da normative al momento adeguate, ma troppo spesso disattese, nonostante vi siano spazi dove il gatto può vivere autonomamente anche senza un contatto regolare con l’uomo.

Spesso alcune persone che si organizzano singolarmente o in piccoli gruppi per creare luoghi dove “salvare” questi felini, esprime un atteggiamento che ha poco a che fare con l’animalismo ed i suoi principi, mettendo al centro la propria fascinazione estetica/estatica per la specie, piuttosto che il rispetto per la dignità che merita l’animale e l’appagamento del proprio smisurato bisogno di somministrare cure amorevoli, può generare, grandi concentrazioni di gatti in appartamenti o sgradevoli “mini bidonville” fra gli sterpi con, in entrambi i casi, inevitabili rischi di contagio tra gatti che da randagi sono stati trasformati in accattoni bisognosi di cure sempre maggiori per le quali mai saranno sufficienti i fondi raccolti freneticamente attraverso i “banchetti pubblici”

In sostanza, in questi casi, si avvalora il fatto che nessun animale ha più il diritto a vivere libero nonostante per quanto riguarda i gatti ci siano ancora normative volute dagli animalisti stessi che dicono il contrario. Con questo non si vuole negare la necessità si spazi indispensabili, ma questi dovrebbero riguardare esclusivamente casi di abbandono di cuccioli troppo piccoli per resistere senza assistenza, casi di emergenza veterinaria per poi, una volta curati rimetterli nel loro habitat e casi in cui l’animale è stato abbandonato, avendo vissuto una vita fino a quel momento troppo umanizzata all’interno di un appartamento.

Queste situazioni non possono essere lasciate gestire nella totale discrezione di volontari che forzatamente si troverebbero non in grado di affrontare tutte le problematiche che queste comportano con il rischio di inventarsi le regole a propria immagine e somiglianza, ma a tutta la comunità, attraverso gli organi istituzionali che con convenzioni e programmi dedicati utilizzino strumenti che almeno sulla carta esistono già.